Murmure deriva dal latino murmur, -is, che indica un mormorio, un brontolio, un sussurro. È un vocabolo che ha riscosso un discreto successo in poesia e che si può trovare nei versi di molti autori: da Pascoli e Carducci ad Alda Merini e Salvatore Quasimodo, passando per Baudelaire.

Compare anche in una delle poesie della prima raccolta di uno dei poeti che mi sono più cari: Vittorio Sereni. Ed è leggendo i versi della sua Terrazza che mi sono imbattuto, per la prima volta consapevolmente, in quella parola che mi si è annidata dentro, cullandomi lo spirito con la sua malinconica musicalità.

E ancora, in semeiotica medica (ci dice la Treccani) il murmure (vescicolare) è il rumore caratteristico prodotto dall’ingresso dell’aria negli alveoli polmonari. Il soffio vitale, per dirla poeticamente.

Per me il murmure è il richiamo irresistibile della scrittura, il sussurro invitante e il brontolio tormentoso dell’anima che ti fa sbocciare in testa parole di cui non avevi la minima intenzione. E da lì premono, squarciano, dilaniano finché non consenti loro di uscire e di nidificare su un foglio di carta.

Questa è la nuova casa delle mie parole: sii il benvenuto tu che ci sei capitato su invito, per curiosità o per caso. Fermati, se vuoi, quanto più ti aggrada e lasciati cullare dal murmure.

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